Lavorare “dietro le quinte” di un libro è molto interessante, quanto fondamentale. Ogni editor deve avere una grande sensibilità, molto tecnica, amore per la lingua e anche nozioni di psicologia. Potresti raccontarmi com'è nata questa passione e quando hai deciso di farne il tuo lavoro?
Liliana: Intanto grazie per avermi accolta nel tuo spazio: non mi capita spesso di poter parlare del mio lavoro, ed è un privilegio riuscire a farlo in maniera così approfondita. Vengo alla domanda raccontando tutto in modo non cronologico, a mo’ di intreccio. Ho sempre amato le storie e ho sempre amato la lettura. Ho imparato a leggere e non ho mai smesso; ho imparato a scrivere e, di conseguenza, a “giocare” con le parole. Fin da adolescente scrivevo narrativa, articoli di giornale, testi per i siti. Da piccola ero brava nei temi scolastici (il che è un gran cliché, se ci pensi), soprattutto perché ero attenta alla coerenza formale e alla grammatica. Correggevo di soppiatto i compiti dei miei compagni durante le verifiche — devo ammettere non senza soddisfazione —; dietro al banco avevo la fila. All’università avrei voluto scegliere psicologia, ho sempre trovato un certo fascino nello studio della mente umana, ma i miei genitori erano contrari. Quindi ho fatto la triennale in Lettere, conclusa piuttosto tardi perché lavoravo, e, molto dopo, la magistrale in Linguistica Moderna, indirizzo editoria (al cui interno ho approfondito psicologia sociale e pedagogia: mi è andata di lusso). Perciò, alla fine, ho studiato entrambe le cose e, nel frattempo, ho approfondito una materia che si chiama “narratologia” e che racchiude tutto quello che ho sempre amato: lo studio delle storie e della loro struttura, che gioia! Ho svolto molti lavori diversi, ma è stato all’incirca nel 2017, ancor prima di prendere la triennale, che un mio amico, dopo che gli avevo corretto un racconto, mi ha detto: «Ma, Lili, com’è possibile che tu migliori tutto quello che tocchi?». È stata una sorta di epifania, perché lì ho capito che potevo farne una professione vera e propria. Ho studiato ogni giorno che potevo; facevo beta reading ed editing ad amici e sconosciuti. In Scripta, soprattutto all’inizio, ho imparato tantissime cose. Nel 2020, durante la pandemia e incinta di cinque mesi, ho completato il corso di editing e correzione di bozze della casa editrice Marcos y Marcos, tenuto dalla compianta Claudia Tarolo. Nello stesso anno è uscito “Saga: la ragazza di Woodenvale” di Tiziano Ottaviani, libro autoprodotto editato da me e dai miei colleghi, che ha avuto un discreto successo sul web. Da allora non è passato un solo giorno senza che mettessi le mani su un manoscritto.
Qual è il confine tra migliorare o alterare il testo originale dell'autore?
Liliana: Oddio, io dico sempre agli autori che seguo: «Quello che appunto sul tuo testo, comprese le parti barrate, sono solo suggerimenti; poi tu sei l’autor*, ci sarà il tuo nome in copertina, perciò sei liber* di accettarli o meno». Quindi la fiducia con chi scrive si costruisce da qui. Un buon editing non altera mai il testo originale, non lo modifica in modo diretto. È chiaro che su certe cose non bisogna transigere, come gli errori di grammatica in fase di copy-editing, ma su tutto ciò che riguarda i personaggi, la voce autoriale, il worldbuilding, perfino la coerenza interna (anche se un «sei proprio sicuro sicuro di voler fare così?» lo pongo in ogni caso), l’ultima parola spetta sempre a chi scrive.
Hai mai dovuto gestire un autore particolarmente “protettivo” verso il proprio testo? Come hai mediato?
Liliana: Ogni autore è “protettivo” a modo suo verso il proprio testo, perché alla fine questo è un prodotto di sé, dell’identità di chi scrive. Scrivere narrativa significa veicolare in forma di linguaggio ciò che davvero si porta dentro: ogni storia è il risultato della vita di una persona, e non parlo solo di autobiografie; ogni personaggio inventato è il frutto della personalità dello scrittore o della scrittrice, anche nel fantasy più immaginifico o nell’horror più crudele che si possa trovare in libreria. Perciò è fisiologico essere protettivi verso una creatura che si è generata. Nel lavoro di editor, bisogna distinguere bene, questo sì, l’autoconservazione sana da un’irriducibile resistenza a cambiare poco o nulla del proprio testo, perché “è perfetto così com’è”. È una situazione che mi è capitata più volte. In quei casi la collaborazione si è interrotta, perché si trattava evidentemente di testi scritti per sé e non per un pubblico. Lì il lavoro dell’editor non ha modo di esistere.
Qual è stata la sfida più difficile che hai affrontato su un manoscritto?
Liliana: Un lavoro difficilissimo è stato l’editing finalizzato alla riduzione del numero di cartelle di un manoscritto, per farlo rientrare nei parametri di una call editoriale. Molto spesso si pensa che l’editor si diverta a “tagliare” e che farlo sia semplice: niente di più sbagliato. Ridurre un testo salvaguardando coerenza logica e formale, mantenendo ritmo e struttura sostanzialmente invariati, non è affatto facile. È stato un lavoro molto impegnativo che, alla fine, purtroppo, si è rivelato un azzardo. Un altro errore da cui imparare.
Come capisci quando un libro è 'finito'?
Liliana: “Finito” nel senso di pronto per la pubblicazione? Sì, quando ho fatto tutto ciò che era possibile per il testo e l’autore ha apportato le sue modifiche. Non credo nei libri perfetti, capita di trovare errori anche in opere già pubblicate. Si fa quel che si può con i mezzi a disposizione.
Esiste un momento in cui bisogna semplicemente smettere di ritoccare?
Liliana: In genere, tre giri di editing sono l’ideale, ma se ne possono fare anche di più a seconda delle esigenze dell’autore e del testo. Credo però che oltre i cinque giri di editing si parli già di accanimento terapeutico.
Con l'avvento del self-publishing, il ruolo dell'editor è diventato più importante o più difficile da far comprendere?
Liliana: Entrambe le cose. Più importante perché, nel self-publishing, l’autore è imprenditore di sé stesso: deve far tutto e, di conseguenza, affidarsi a dei professionisti è cruciale per la riuscita del progetto. Non solo editor, ma anche correttori di bozze, impaginatori, grafici/copertinisti, assistenti al self e alla promozione. D’altro canto, tralasciando che ogni volta che devo spiegare quale lavoro faccio ai profani ci metto una vita, c’è molta confusione sulla figura dell’editor. Spesso si pensa che l’editor lavori solo per le case editrici, ma la realtà (almeno qui in Italia) è che il lavoro editoriale è sottopagato e difficilmente un editor lavora solo per una o più case editrici e non in proprio. Lavorare in agenzia o da freelance è molto più gratificante per un editor per la gestione dei tempi, per il rapporto con gli autori e per il prezzario modulabile. Spesso, non sempre, perché anche tra i freelance esistono le “guerre tra poveri” e dobbiamo adeguarci ai prezzi di mercato, che non sono affatto lusinghieri. Ragion per cui un editor non è mai solo editor, ma anche correttore di bozze, consulente di scrittura o traduttore.
Qual è il consiglio d'oro che daresti a un aspirante scrittore prima che invii il suo lavoro a un professionista come te?
Liliana: Prima di inviare un testo a un editor, fai passare qualche mese dalla fine della prima stesura e poi fai una revisione, anche partendo dalla fine. Successivamente proponi la bozza a dei beta lettori, persone di fiducia (non troppo amiche, se possibile), che possano darti suggerimenti utili per una seconda revisione, che sarà fatta poco prima di inviare il testo al professionista. Ti garantisco che ne gioverà il testo e ne gioveranno le tue tasche.
Molti confondono l'editing con la correzione di bozze. Come spiegheresti la differenza a chi non è del settore?
Liliana: L’editing è una lettura critica e approfondita del testo. Serve a individuarne le criticità e, attraverso il confronto con l’autore, a trovare le soluzioni migliori per valorizzarne il contenuto. Si articola generalmente in tre livelli:
· Macro-editing: riguarda la struttura dell’opera. Analizza trama, ambientazione, personaggi, sviluppo delle scene, ritmo narrativo e coerenza del finale.
· Line-editing: lavora sul modo in cui la storia è raccontata. Quindi su voce, stile, fluidità e chiarezza del messaggio dell’autore.
· Copy-editing: controlla la correttezza formale del testo, occupandosi di grammatica, sintassi, coerenze interne e omissioni.
La correzione di bozze, invece, è l’ultimo passaggio prima della pubblicazione. Non interviene sul contenuto né sullo stile, ma si limita a individuare refusi, errori tipografici, doppi spazi, problemi di impaginazione e piccole sbavature.
Quindi: l’editing migliora il testo, la correzione di bozze lo rifinisce.
Qual è l'errore più comune che trovi nei manoscritti, quello che ti fa dire: ancora!?
Liliana: La d eufonica utilizzata in modo improprio è forse l’errore più classico. Più grave, però, è quello che riguarda la focalizzazione del point of view (p.o.v.). Spesso, nel flusso, gli autori non fanno caso al cosiddetto “cambio di testa”: se per esempio il p.o.v. focalizzato è su Bob a volte capita di leggere i pensieri di Fred, e non va bene. È un’infrazione che compromette il punto di vista, e di conseguenza la tenuta del testo.
Ti è mai capitato di leggere un libro per piacere e non riuscire a smettere di correggere i refusi mentalmente?
Liliana: Oh, mamma! Sì, molte volte. Purtroppo sono gli effetti collaterali del mestiere. Di solito, quando mi capita di trovarmi davanti a un libro così pieno di refusi da non poterli evitare, lo chiudo e non lo riapro più. Mi è successo, non molto tempo fa, con la traduzione di un testo piuttosto famoso di una grande casa editrice. In quel caso, però, la storia era talmente bella che mi sono sforzata di leggerla fino alla fine. Il povero autore era semplicemente vittima di un pessimo lavoro di revisione.
Contatti
Instagram e TikTok: @oniromanzista
E-mail professionale: lilianacostaeditor@gmail.com
BIOGRAFIA
Liliana Costa è editor, consulente di scrittura e correttrice di bozze. Laureata in Lettere e Laureata Magistrale in Linguistica moderna, indirizzo editoria. Dal 2017 si dedica alla cura dei testi altrui, convinta del potere delle storie e delle connessioni che sanno generare. Dopo otto anni di esperienza con l’agenzia Scripta, di cui è stata co-fondatrice, dirige oggi il suo studio indipendente. Sui social è conosciuta come @oniromanzista, dove approfondisce temi di narratologia e letteratura.
Grazie infinte per la tua disponibilità.
Najada J.
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